Quant'è bello il documentario sulla reunion degli Oasis

Quant'è bello il documentario sulla reunion degli Oasis

Qui sta il tratto nascosto – ma non nascosto – di Oasis: Don’t Look Back in Anger, che trae il meglio possibile e un crescendo emotivo dopo l’altro all’interno dello steccato di un lavoro che resta su commissione, di fatto un’agiografia sporca che, è detto chiaro e tondo, serve a invertire la narrazione distruttiva attorno a decenni di separazione della band per andare a convertirla in un impulso d’amore e condivisione collettiva.

Come se questo fosse poco, e come se fosse poco riuscire a farlo con questo centratissimo matrimonio tra le intenzioni e i risultati, tra le tensioni e le distensioni. Dietro c’è una mano che ne sa di personaggi e ne sa di antieroi, Steven Knight (il creatore di Peaky Blinders), la cui sceneggiatura all’inizio costruisce il documentario sul timore – reale, indotto, simulato; chissenefrega – che tutto possa andare in malora, che la forza di gravità esercitata dai due fratelli sia ancora troppa per essere contenuta nella stessa stanza, nello stesso studio di registrazione, sullo stesso palco.

Mette nelle orecchie il ticchettio di una bomba ad orologeria ficcata dietro il sipario, pronta a scoppiare prima, dopo o forse per niente affatto. Il canovaccio parte dai ‘ruoli’: Noel il professionista, Liam la testa calda. Due figure con due personalità ingombranti, bigger than picture, bigger than life. Reggeranno insieme quanto, il tempo di una prova in studio, di una canzone, di un’esibizione?

Incredibile quanto Oasis: Don’t Look Back in Anger sappia fare buona narrazione sull’esilità del difficile rapporto dei Gallagher, seppur scansi i perché e i per come di questo ritorno alle scene. Del perché farlo, del perché farlo adesso, del come si è riuscito anche solo a concepirlo sui detriti di ciò che sono stati gli Oasis dalla fatidica data del 28 agosto 2009 al Rock en Seine. Si lascia l’assolutezza del fatto: gli Oasis sono tornati a riunirsi. E per di più con un tour mondiale senza avere alcun album in promozione: l’unica promozione necessaria era, ancora, il fatto di per sé.

E una volta fuori dall’apnea del capannone adibito a enorme sala prove, il documentario salta di concerto in concerto, tra una canzone e la successiva, offerte dal documentario con generoso carosello grazie allo stratosferico montaggio di George Cragg e Martina Zamolo, che crea un ponte di raccordi tra un continente e l’altro, tra una miriade di microstorie, di memorie fugaci (gli inserti di archivio) e memorie commoventi (quelle che si portano sulla pelle e negli occhi gli spettatori intervistati).

Un intrecciare di fili emotivi che assieme alla regia di Lovelace e Southern cattura le complessità individuali e le altalene umorali scivolando tra palco e pubblico. Di cui afferra l’attesa, l’ebrezza, gli entusiasmi, l’incredulità, persino i timori che quel sogno lucido – ma ti rendi conto che gli Oasis sono tornati a suonare insieme?! – possa sgretolarsi da un momento all’altro, possa sprofondare al minimo battito di ciglia in un altro buco nero di quindici anni.

Avvincente per uno spettatore qualsiasi, al limite del masturbatorio per i fan più sfegatati, Oasis: Don’t Look Back in Anger ha il pregio di sanificare il veleno e somministrare l’antidoto. Ha il pregio di credere nel perdono come virtù dello spirito e della nuova iconografia della band, di far credere – perché, in fondo, non ci crediamo davvero davvero – che dietro quei backstage non siano volati stracci, ma che anzi siano proseguiti i lunghi abbracci e i sorrisi complici tra Liam e Noel, che il documentario cattura e di cui fa prezioso tesoro. Un perfetto equilibrio tra narrazione cinematografica, scheggia biografica, istantanea socioculturale e puro intrattenimento.

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