La (mia) bella bandiera dell’Algeria

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Algeri, primavera 2019. Ogni martedì e ogni venerdì il popolo dei dimostranti – tutto il popolo, eccetto gli stipendiati del Fln, il partito del presidente uscito vincitore dalla guerra civile – si riversa in strada con bandiere, cartelli e manifesti, celebrando un grande rito di liberazione collettiva. I boulevard della capitale si riempiono di una folla composta, decisa, educata. Irriducibile. In fondo a ogni corteo c’è persino un servizio di pulizia che libera le strade dalle cartacce.

Quel giovedì sera l’aria tiepida di Algeri sa già di festa. Boutef, come veniva chiamato familiarmente, si è dimesso da qualche giorno. Gravemente ammalato, tenuto al potere da una cricca familistico-militare così utile alle potenze internazionali che lucrano sui tesori d’Algeria, getta la spugna. Si vuole dare in pasto all’opinione pubblica un segnale di cambiamento, quello che il popolo chiede. Tutti sanno che non basterà, che quelle dimissioni sono solo buone a sollevare una cortina di polvere, fumo negli occhi. Eppure, la festa di piazza è incontenibile.

Quando giunge la notizia siamo a Costantina. Le strade e la piazza principale si riempiono in un batter d’occhio: caroselli di auto, trombe da stadio, clacson, bandiere. Cento, mille bandiere. Slogan. C’è chi canta, chi balla al ritmo della musica sparata a tutto volume dalle autoradio. Chi piange e si abbraccia, chi ride sguaiato. Un gruppo di giovani cerca di coinvolgere me e mia moglie in una pantomima in cui si irride all’infermità dell’ex capo dello Stato. C’è molto rancore per tutte le promesse non mantenute dopo l’affermazione del Fronte di liberazione nazionale, che con la pace aveva suscitato tante speranze. Rabbia per la disoccupazione altissima, per le difficoltà quotidiane con cui fare i conti.

Tutti recitano lo stesso mantra: è una banda di ladri quella che ci governa, il Paese è ricchissimo, ha tutto per vivere di rendita, petrolio, gas, diamanti. Ma loro lo hanno svenduto al miglior offerente. Poliziotti e gendarmi in borghese osservano la festa di popolo. Negli occhi odio. Potessero sparare su quella folla lo farebbero volentieri, ne sono certo.

Poi arriva il giovedì sera che precederà la più grande manifestazione della storia d’Algeria: così viene già definita dalla stampa. Noi purtroppo siamo ai titoli di coda di quel

C’è davvero l’aria della notte prima degli esami: un’atmosfera di festa, grande attesa, tensione trattenuta, felicità sperata, voluta con tutte le forze. Ovunque capannelli di persone pavesate di biancoverde, i colori nazionali. Le auto passano già sclacsonando, pregustando la giornata che consegnerà alla Storia la rivoluzione dolce d’Algeria.

Ci fermiamo a chiacchierare. Mia moglie, oltre all’arabo, parla bene anche il francese, gli algerini sono gentili ed educati, è un vero piacere intrattenersi un po’ con loro. C’è un ragazzo alto, capelli neri a ricci, occhi scuri, non sembra più giovanissimo. Ci rassicura: chi dice che siamo violenti racconta un mare di bugie, siamo dimostranti pacifici, vogliamo solo il bene del Paese. Chiediamo che la cricca di ladri se ne vada, ci restituiscano il futuro che meritiamo!

Parteggiamo per loro. Siamo ammirati dalla saggezza, dalla capacità di gestire la piazza, dalla voglia di non cedere alla protesta violenta che farebbe solo il gioco degli oppressori. Glielo diciamo: siete bravi, umili, capaci. Le manifestazioni spesso vengono infiltrate da provocatori che aggrediscono solo per fornire una giustificazione alla repressione. Bisogna essere lucidi, organizzare un buon servizio d’ordine, tenere i nervi saldi e gli occhi spalancati.

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Da genovesi abbiamo vissuto i giorni del G8 nel 2001, sappiamo cos’è stato, ne abbiamo valutato i risultati. Il tempo è sempre rivelatore. Il movimento No Global che riteneva un altro mondo possibile è evaporato al sole, massacrato di botte. Sono passati 25 anni e quelle istanze per uno sviluppo diverso oggi ci sono esplose in faccia. Ne stiamo già pagando tutti le conseguenze.

Ma allora, ad Algeri, è un altro tempo. La folla sciama nella notte tiepida, profumata di gelsomino. Qualcuno ci chiama: monsieur, madame. Ci voltiamo: è quel ragazzo alto, con i folti riccioli neri. Si sfila la bandiera dell’Algeria dalle spalle, la piega, la bacia, ce la consegna. “Tenetela, è per voi”, dice con gli occhi lucidi, “è tutto ciò che ho”. Poi si dilegua con un largo sorriso.

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Mi volto a guardarla, la bella bandiera. È con me ora, nella stanza dove sto scrivendo. Il suo bianco è pura luce, il verde è dell’erba a primavera, la falce di luna e la stella sono rosso fuoco, tengono caldo come i segni di una speranza possibile, di un futuro più degno. Di un cielo più vicino e benevolo, per tutti.

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Fulvio BertaminiHo maturato la passione del

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